Ma possiamo provare a comprenderlo

C’è un aspetto del passato che merita una riflessione la scarsità delle parole.
Un tempo comunicare non era immediato. I messaggi costavano, erano pochi, spesso arrivavano dopo un’attesa. Quella distanza obbligava a tollerare l’assenza.
Prima di scrivere, bisognava pensare. Prima di ricevere una risposta, bisognava aspettare.
E nell’attesa entravano in gioco emozioni che oggi cerchiamo continuamente di neutralizzare, il desiderio, l’incertezza, la mancanza, persino una certa quota di frustrazione.
Quando non potevamo dire tutto, dovevamo scegliere e scegliere significa dare un valore.
L’amore, l’affetto, la nostalgia, il bisogno dell’altro dovevano essere concentrati in poche parole. Non perché sentissimo meno, ma forse perché il limite ci costringeva a dare una forma a ciò che sentivamo.
Oggi possiamo scrivere sempre. Possiamo cercare l’altro in qualsiasi momento, ottenere una risposta quasi immediata, riempire ogni silenzio.
Eppure il silenzio, non è un vuoto da colmare. E’ nello spazio lasciato dall’altro che impariamo a riconoscere quanto ci manca. È nell’attesa che comprendiamo quanto desideriamo. È nella distanza che possiamo distinguere il bisogno di essere rassicurati dal desiderio autentico di incontrare l’altro.
La comunicazione immediata ci ha dato la straordinaria possibilità di essere sempre connessi.
Ma la connessione continua non coincide necessariamente con la vicinanza emotiva. Sappiamo ancora lasciare spazio al desiderio, all’attesa e al silenzio senza sentirci obbligati a riempirli?
Perché non è detto che il passato fosse migliore.
Ma forse, quando le parole erano poche, eravamo costretti ad ascoltare un po’ di più ciò che accadeva dentro di noi prima di pronunciarle.

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