Cosa significa davvero iniziare un percorso psicoanalitico?
La psicoanalista francese Colette Soler propone una metafora particolarmente efficace per descrivere il passaggio dalla richiesta di aiuto al vero lavoro di psicoanalisi: quella delle due porte.
La prima porta: rivolgersi a uno psicoanalista
La prima porta coincide con il momento in cui una persona decide di rivolgersi a uno psicoanalista. Spesso questa scelta arriva dopo un periodo di sofferenza, davanti a un sintomo, a una difficoltà nelle relazioni o a qualcosa che continua a ripetersi.
Entrare nello studio dell’analista significa trovare uno spazio nel quale poter parlare e dare forma, attraverso le parole, a ciò che si sta vivendo. Già questo primo passaggio può avere importanti effetti terapeutici: ciò che appariva confuso può diventare una domanda e il disagio può essere guardato da una prospettiva diversa.
Ma per Colette Soler esiste un secondo passaggio.
La seconda porta: entrare nel lavoro analitico
La seconda porta rappresenta la scelta di andare oltre la semplice ricerca di sollievo e di lasciarsi coinvolgere in un autentico lavoro psicoanalitico.
A questo punto la domanda cambia. Non si tratta più soltanto di capire perché si soffre, ma di interrogare il proprio inconscio e il modo in cui si è implicati nelle situazioni che fanno stare male.
Perché alcuni rapporti o conflitti tendono a ripetersi? Perché ci ritroviamo in determinate situazioni anche quando vorremmo evitarle? Che cosa c’è del nostro desiderio e delle nostre scelte dentro ciò di cui ci lamentiamo?
Interrogarsi su questi aspetti non significa attribuirsi la colpa della propria sofferenza. Significa, piuttosto, assumere una posizione attiva rispetto alla propria esperienza e provare a comprendere ciò che, a livello inconscio, può contribuire a mantenerla.
Dalla richiesta di aiuto alla psicoanalisi
La metafora delle due porte di Colette Soler mette così in luce una distinzione importante. La prima porta conduce all’incontro con lo psicoanalista e alla possibilità di trovare sollievo. La seconda apre invece alla dimensione più profonda della psicoanalisi, nella quale il soggetto può interrogare il proprio desiderio, i propri sintomi e le proprie ripetizioni.
Il percorso analitico comincia davvero quando la domanda non è più soltanto “come posso stare meglio?”, ma diventa anche “che cosa mi riguarda in ciò che mi accade?”.


Una riflessione molto interessante. Mi piacerebbe approfondire, anche potendo leggere i prossimi articoli. Grazie